Guardavo il vuoto, come ogni mattina, con il mio caffellatte in mano e lo sguardo oltre la finestre illuminata dal sole prima che l’occhio mi cadesse su un oggetto che, sul tavolo della cucina, prima non c’era.
Un grano di pepe.
Niente di impressionate; il pepe in grani era a portata di mano vicino ai fornelli, alla mia destra.
La cosa curiosa era che sulla bottiglia della salsa barbecue li accanto era rappresentata una manciata dello stesso identico pepe in grani.
Una strana casualità.
Lo avevo notato solo perché ci avevo appoggiato sopra il gomito, fra i bicchieri della cena della sera prima e i piatti sporchi.
Guardavo l’etichetta sbattendo gli occhi; bevvi altro caffellatte.
Strano.
Mi alzai controvoglia, presi i piatti e li misi meccanicamente in lavastoviglie e quando presi le salse usate la sera prima per rimetterle in frigo dietro alla maionese era cascata una fetta di limone.
Identica a quella dell’etichetta, fresca e imperlata di succo.
Misi via le salse e presi la fetta di limone.
Due casi strani in pochi secondi. Guardai la tavola della cucina, che era anche quella della cena, ricolma di cose che non sarebbero dovute essere lì se fossi stata una persona curata ed ordinata, una che sparecchiava la tavola della cena per esempio senza aspettare di farlo la mattina dopo: bicchieri sporchi, posate, tovaglioli di carta usati, confezioni di cibo.
Misi via la maionese, senza controllare se quella fetta di limone combaciasse con quella dell’illustrazione sull’etichetta.
Diedi una rapida pulita al tavolo e presi la mia tazza di caffellatte per andarmene al pc, in studio.
Accesi le mie cuffie, mi misi la musica, inforcai gli occhiali e presi a controllare le e-mail.
Le scrollai pigramente, senza vederle davvero; le solite richieste di loghi poco originali e incipit pubblicitari tutti uguali per pubblicità televisive e cartelloni che la gente non avrebbe nemmeno notato. Trovavo profondamente sconfortante quanto le aziende dicessero di voler spiccare, di voler essere diverse, innovative, per poi terrorizzarsi a morte di fronte a qualsiasi proposta che non fosse identica a quella della concorrenza.
Quando uscii dall’università ero pieno di idee fantastiche, ma invecchiando e lavorando avevo finito per arrendermi anche io alla volontà del cliente.
Nessuno voleva la verità, tutti volevano rassicurazioni su quello che credevano di sapere già.
Non ce la facevo a concentrarmi, riuscivo solo a pensare al grano di pepe e alla fetta di limone.
E se fosse davvero successo quello che immaginavo io?
Se l’evento si fosse ripetuto? Come avrei reagito? Non ero bravo a reagire a questo genere di cose; reagivo male a tutto ciò che anche solo sembrasse sovrannaturale, forse il problema era che ci credevo; ci credevo un po’ troppo.
Una fantasia un po’ troppo fervida, una grandissima immaginazione.
Mi abbandonai sullo schienale della sedia, incapace di mettermi al lavoro.
Lasciai vagare lo sguardo fuori dalla finestra, sul cortile di casa, e finii il caffellatte.
Era una giornata calda e soleggiata; come quella di sei mesi prima. Avevo passato quella che mi era parsa un’eternità sei mesi prima a fissare il vialetto del nostro cortile condominiale in attesa che mio marito lo precorresse e tornasse a casa. Cazzo quanta paura avevo avuto quella mattina. Lui lo faceva spesso di non svegliarmi e di scivolare fuori dal nostro letto per lasciarmi dormire mentre lui andava a fare qualche commissione prima di scendere in ufficio, che era nei fondi del palazzo, a lavorare, come me, al computer.
Era una cosa molto premurosa, ma quella mattina mi ero svegliato e lui non c’era, ma c’era invece il suo portafoglio, il suo cellulare, le chiavi di casa e perfino le sue scarpe. Tutte cose che non avrebbe mai lasciato in casa uscendo.
Porca miseria che paura mi ero preso. Avevo pensato di tutto: rapito, scappato, che mi aveva abbandonato, che era fuggito di casa e poi, quando l’impensabile aveva ormai raggiunto il mio stupido cervello paranoico, avevo immaginato che fosse divenuto invisibile e intangibile, per magia, durante la notte, e che fosse in un angolo della stanza disperato a guardarmi e a cercare disperatamente di farsi sentire con una voce che non arrivava più ad orecchio umano. Avevo pianto come un cretino fino a quando non aveva suonato alla porta.
Era solo andato incontro al postino che aveva una ricevuta per noi e si era attardato a chiacchierare con un vicino di casa, tutto qui, era passato più tempo di quanto credesse.
Quanto tempo ci aveva messo a consolarmi, poveruomo, e che risata si era fatto quando gli avevo confessato che avevo pensato all’invisibilità.
“Quanta fantasia che hai amore mio”
Troppa fantasia.
Mi aveva anche preso in giro per dei giorni.
Col cazzo che sarei sceso nel suo ufficio a raccontargli che avevo cominciato a trovare cose per casa che sembravano cadute fuori dalle etichette.
Ero pur sempre un uomo, c’è l’avevo anche io la dignità e quell’amatissimo stronzo quattro piani più sotto sapeva divenire dispettoso quando voleva; in futuro sarebbe stato capacissimo di tirare fuori la storia di fronte ad amici e parenti e farmi fare la figura della checca isterica.
Finii il caffellatte e andai in bagno.
Aprii l’acqua, mi tosi gli occhiali e mi lavai la faccia, mi guardai nello specchio; avevo la faccia di un normalissimo trentasettenne che comincia la sua giornata da freelance, non sembravo impazzito, sembravo quello che ero sempre stato: un creativo un po’ sparuto e arruffato, ma non un pazzo; rassicurato mi rimisi gli occhiali, presi lo spazzolino, ci strizzai sopra un ricciolo di dentifricio, mi lavai i denti, sputai.
C’era un dente nel lavandino.
Sentii le ginocchia andare in ghiaccio e la spina dorsale irrigidirsi.
Era mio?! Controllai e ricontrollai passandomi la lingua su ogni dente e spalancando la bocca allo specchio.
No, i miei denti c’erano tutti.
Terrorizzato guardai l’intruso nel lavandino. Niente sangue, nessuna traccia di gengive e bianco come una perla. Aveva qualcosa di familiare e brillava sotto il raggio di sole che entrava dalla finestra, illuminandolo di luce evanescente e rendendolo ancora più estraneo ed alieno.
Corsi a prendere il cellulare, ‘fanculo l’isteria.
“Pronto amore dimmi.”
“Hai perso un dente stamattina lavandoti i denti?” silenzio dall’altra parte poi comprensibile dubbio.
“Cosa?”
“Ho trovato un dente nel lavabo e mio non è!”
“Ma non può essere.”
“No senti, c’è l’ho davanti alla faccia e ti assicuro che è un dente.”
“Impossibile” rispose lui, con quel tono che mi faceva ammattire, quello di quando sembrava che mi inventassi le cose o che, molto peggio, di quando c’era un problema che lui non sapeva spiegare e che allora poteva essere nato solo per colpa mia.
Detestavo quando mi trattava come la fonte di tutti i guai.
“Sarà anche impossibile ma c’è! Cos’è vuoi una foto?!”
Silenzio soppesato dall’altra parte e poi un lieve sospiro paziente: “No, non la voglio la foto. Amore sarà qualcosa che SEMBRA un dente, io i mie li ho tutti i bocca.”
“Non è possibile!”
“La vuoi tu la foto adesso?”
Stetti in silenzio; quando mi sfotteva era meglio di quando mi trattava come un idiota.
“No... no non la voglio la foto” borbottai.
“Senti mettilo da parte e non ci pensare ok? A pranzo salgo e me lo fai vedere.” e dopo un istante si sentì di fare lo spiritoso e aggiungere: “Il dente, non il tuo culo.”
“Quello lo hai già visto abbondantemente ieri notte mi pare” bofonchiai, cercando di tenermi lontano dal bagno; sentirlo parlare mi stava riportando con i piedi per terra.
Lo sentì sorridere famelico dall’altra parte della linea; doveva essere solo in quel momento; niente clienti per sentirsi libero di parlare così: “E pensi che mi sia bastato? A pranzo ti faccio dimenticare io tutte le ansie.”
Senza volerlo sorrisi: “Guarda che ci conto.”
“Ti ho mai lasciato insoddisfatto?”
Risi come una fidanzatina scema al telefono, a lui piacque.
“Stai meglio adesso?” mi chiese, premuroso, serio, dolce.
“Sei proprio un maniaco.” risposi, ma stavo ancora ridendo.
“Ma tu stai meglio?”
Sorrisi e sospirai, più felice: “Sì, sì sto meglio.”
“Ti sei spaventato?”
“Un po’” ammisi
“Va tutto bene. Ci vediamo a pranzo, agnellino mio.”
“Ok, a dopo.”
“A dopo.”
Misi giù, più sereno.
Non sarei dovuto andare in bagno, lui aveva ragione, dovevo dimenticarmene e tornare a guardare la cosa che era nel lavandino quando ci fosse stato anche lui, dare peso a questo genere di cose quando si è da soli non è una scelta saggia; ma mi ero ricordato dove avevo già visto quel dente candido, e non era in bocca a mio marito ne nella mia.
Cercando di non guardare dentro il lavabo entrai in bagno e presi in mano la bottiglia di collutorio che stava lì, sopra il lavandino, accanto agli spazzolini.
Dall’illustrazione della confezione il dente candido come carta che prometteva una dentatura sana e splendente non c’era più. Non c’era più perché ora era nel lavandino.
Mollai la bottiglia che rimbalzò per terra e indietreggiai.
Corsi in cucina, precipitandomi sulla caffettiera con l’intenzione di bermi tutto il caffè rimasto dalla colazione.
Lo bevvi dalla caffettiera, senza latte e senza zucchero; era ancora tiepido.
Rabbrividii di disgusto, forte e amaro fino ad essere aspro, ma ero sicuro di essere completamente sveglio.
Corsi a riprendere il cellulare e lo richiamai ma lui non rispose, doveva essere entrato un cliente in studio.
“E ora che faccio?!” mi lagnai sedendomi sul pavimento del corridoio fissando il telefono. Se ora fossi sceso di corsa e fossi piombato nel suo studio con un cliente presente non sarei neppure stato ascoltato, sarei stato rispedito in casa di corsa come un ragazzino che racconta le bugie per attirare su di se l’attenzione. Avevo sposato un uomo che amava essere l’adulto razionale nella stanza; non sempre era un vantaggio.
Non era un evento che potesse davvero mettere paura, era una cosa bizzarra e senza possibilità di essere spiegata in maniera razionale; era quella la parte spaventosa: non poteva essere spiegata, era innocua, ma insensata.
E se invece non lo fosse stato? Se non fosse stata innocua?!
Quante etichette avevamo in casa con mascotte e animali che sponsorizzassero liquori, pacchi di biscotti e di cereali o prodotti per la pulizia?
E se pure quelli avessero abbandonato le etichette?! Se fossero state senzienti?
Corsi in studio e mi chiusi dentro, cosa avevo nella stanza che rappresentasse qualcosa di pericoloso? Cosa poteva esserci nello studio di un pubblicitario che potesse essere una minaccia? I libri delle copertine! Se la mia biblioteca avesse preso vita non c’erano solo i costosissimi volumi di grafica da cui non potevo temere nulla, non c’era da temere da delle lettere e da delle figure geometriche, ma dalla romanzistica con i suoi draghi per i miei amati romanzi fantasy? La tigre sopra quell’edizione di Salgari che mi aveva preso il mio migliore amico a Natale? I libri di fate e leggende gallesi che avevo rubato a mia sorella? Cosa avrei fatto se un’orda di spiritelli fosso ribolliti fuori dalla libreria e si fossero riversati brulicanti, sul parquet per poi girarsi rabbiosi verso di me?!
Dovevo chiudere tutta quella roba dove non potesse fare del male a nessuno!
Presi tutti i libri con copertine sospette e le chiusi nello sgabuzzino poi passai alla cucina e feci lo stesso con barattoli e bottiglie; poi mi venne in mente che avrei fatto prima stracciando le etichette, menomando quello che c’era sopra.
Con le unghie presi a graffiare via la carta da confezioni di plastica, bottiglie di vetro e latte di alluminio. Così non avrei corso nessun rischio; così non avrei avuto nessuna prova da mostrare a lui quando fosse tornato.
Non potevo dimostrargli che non ero impazzito.
Mi fermai, dubbioso.
Non potevo fargli questo; fargli credere che avevo perso la ragione, che la mia incredibile fantasia fosse diventata da un giorno all’altro un problema, una malattia.
Gli avrei spezzato il cuore.
Smisi di strappare le etichette e mi sedetti al tavolo della cucina a pensare.
Potevo mettere da parte l’ansia e cercare di essere ragionevole, potevo agire seguendo un piano.
Avrei cercato qualcosa di innocuo e lo avrei messo sotto osservazione, mettendo sotto chiave tutto il resto; mio marito non sarebbe arrivato prima di un paio di ore; avevo tutto il tempo per non fare la figura dell’imbecille.
Smisi di strappare le etichette e con metodo misi nello sgabuzzino tutto quello che poteva essere pericoloso e poi lo chiusi a chiave.
Ora restavano solo le cose innocue; il fenomeno aveva cominciato a manifestarsi in cucina e si era spostato in bagno. Cercai qualcos’altro in bagno che potesse balzare fuori? Erano quasi tutte raffigurazioni di fiori o frutti, scelsi la scatoletta di cartoncino di una saponetta rappresentata da un mazzo di iris e un dopobarba che aveva per illustrazione una scimmietta. Se la scimmietta avesse preso vita e fosse stata piccola avrei potuto contenerla, misi la boccetta di dopobarba dentro un vecchio barattolo di vetro in cui conservavo le penne, ma avevo perso il tappo da un bel pezzo; lo girai al contrario con la bocca riversa alla scrivania come si fa con i bicchieri con cui si è acchiappato un ragno, ci misi accanto la scatoletta di cartone della saponetta con l’innocuo mazzolino di iris e attesi.
E attesi.
E attesi.
Forse ero davvero pazzo.
La giornata era splendida, ora cominciavo a sentirne il calore sulla pelle che stava dissipando il gelo che mi aveva raffreddato la pelle da quando avevo trovato il dente e la stanza ora era luminosa ai miei occhi, la patina di paura si era dissipata e vedevo quello che avevo davanti per quello che era per davvero: una boccetta di dopobarba in un barattolo e una saponetta.
Forse avevo capito cosa era successo; probabilmente avevo fatto un brutto sogno di cui non mi ricordavo nulla che mi aveva turbato, quando sognavo mi succedeva spesso di svegliarmi e metterci più del necessario per distinguere la realtà dal sogno, rimanevo come appannato; nel caso di bei sogni era tutto molto piacevole, restavo in quello stato estatico anche fino all’ora di pranzo e la mia creatività schizzava alle stelle, ma quando avevo un incubo la realtà diveniva spietata, le inquietudini della notte mi seguivano per tutta la mattina e ogni cosa diveniva un incubo reso ancora più inquietante dalla luce del mattino, la realtà diveniva predatoria e ogni più piccola stranezza aveva il potere di turbarmi.
Lanciai un grosso sospiro e mi prestai a rimettere tutto in rodine; forse ero davvero isterico, un idiota isterico, un finocchio con la testa piena di stramberie.
Come diceva papà.
Umiliato e con la faccia che bruciava di vergogna cominciai lentamente a riordinare.
Non avrei mai raccontato a nessuno di quella storia, anche se forse qualcuno a cui raccontarlo avrebbe dovuto esserci: un analista, o meglio, uno psichiatra.
Facevo in tempo a rimettere tutto come era prima del suo arrivo per pranzo; tirai fuori i libri dallo sgabuzzino e buona parte dei barattoli e delle bottiglie e avevo quasi finito quando qualcosa cinguettò alle mie spalle.
Era primavera inoltrata ed era bello poter sentire uccellini e rondini dal giardino pieno di alberi e cespugli che il nostro condominio ospitava; ma il cinguettio veniva da dentro la stanza. Non mi girai, sospettoso andai lentamente verso la scrivania; accanto al pc, nella vecchia scatola di latta che aveva contenuto caramelle, tenevo una piccola collezione di scatole di fiammiferi. Mi erano sempre piaciute le grafiche delle scatole di fiammiferi, erano rimaste in un’altra epoca come quello che contenevano ed erano di grande ispirazione per il mio lavoro, amavo prenderle e rigirarmele fra le dita quando ero bloccato, ammirandone tutti i dettagli; conoscevo ogni dettaglio di quelle scatolette di carta e la mia preferita aveva disegnata una rondine.
Con dita che tremavano leggermente presi la scatoletta e la rigirai lentamente fra le dita. Al posto della rondine il vuoto.
Non feci in tempo a gridare, lo fecero loro per me.
La scimmietta del dopobarba che era rimasto dentro il barattolo si mise a strillare rimbalzando fra le pareti di vetro della sua piccola prigione, una scimmietta nera di inchiostro grande come il mio pollice; il mazzolino di iris cadde per terra, innocuo, ma uno sciame di api arrivò sciamando dalla cucina, uscite dal barattolo del miele,
La tigre di Salgari balzò fuori dalla libreria fra i quali libri aveva atteso pazientemente in agguato e ruggì in mezzo alla stanza; grazie al cielo era grande poco più del palmo della mia mano, ma mentre mi fiondavo fuori dalla stanza intravidi con la coda dell’occhio che stava velocemente crescendo di misura. Prese ad inseguirmi, mi voltai di scatto e la scaraventai con un calcio in camera da letto sulla quale mi lanciai per chiudere la porta sbattendola; le api presero a pungermi ma l’adrenalina non me le fece neppure sentire e comunque non erano più di tre o quattro e caddero morte sul pavimento come fanno tutte le api che si sacrificano pur di ferire il nemico, in quel momento ero il nemico di almeno una dozzina di creature.
Un cavallo rosso in fuga da una sottomarca di pomodori sottolio sfrecciò fuori dalla cucina con in dorso un cavaliere armato di lancia, una coppia di spadaccini grandi come fiammiferi uscirono dal bagno armati di microscopici fioretti e corsero in salotto dal quel uscì un dromedario, uscito da un pacchetto di sigarette dimenticato da amici. Il cagnolino di una crema abbronzante prese a ringhiarmi furiosamente contro cercando di mordermi le caviglie, stupidamente non volevo fare del male al cagnolino e cercai di arginarlo gettandogli addosso una coperta sotto il quale la piccola peste prese a ringhiare e ad agitarsi più di prima un secondo prima che il familiare suono che fanno le chiavi di casa infilate nella toppa arrivasse dall’ingresso.
“NON APRIRE!” gridai prima che uno dei due spadaccini, ora alto venti centimetri, mi infilzasse un polpaccio con la spada ora tutt’altro che innocua.
Ma nessun marito che si potesse chiamare tale avrebbe tenuto chiusa una porta quando dall’altra parte sentiva le urla di dolore dell’amato e il mio uomo non era certo il tipo da lasciarmi da solo a combattere di fronte alle difficoltà.
Spalancò la porta e sbalordito mi vide assediato da un esercito di creature; a calci e pugni si fece largo fino a raggiungermi, mi abbracciò e cercò di portarmi fuori da quell’assalto continuo e fu allora che dal mio studio comparve la testa del drago.
Fummo fortunati, era già cresciuto troppo e non riusciva a passare dalla porta, ma aveva la fiamma che già gli ribolliva nel fondo della gola.
Per un istante tutto divenne incredibilmente comico; mentre mio marito vedeva la mia gamba sanguinante e mi caricava sulla sua schiena per portarmi verso la salvezza scappando fuori dalla porta di casa io ridevo. Lui mi guardò atterrito ed esterrefatto e solo quando fummo fuori, sul pianerottolo e ci lanciammo con la schiena a puntellare la porta di ingresso per impedire a quelle orde demoniache di inseguirci fra le risa che mi scuotevano tutto riuscii a dirgli: “Un pubblicitario... un pubblicitario attaccato dalle mascotte dei brand pubblicitari! Ma ti rendi conto?! Sono incazzati perché faccio... parte della categoria che li ha ficcati a forza sopra barattoli di sali da bagno e dadi da brodo per decenni!” non riuscivo a smettere di ridere, nemmeno quando sentimmo il ruggito del drago e la porta si mise a tremare. “La vendetta dei brand sfruttati male! Quelli che non vogliono dire nulla e che non sono rappresentativi di un bel cazzo di nulla!” dissi, ridendo alle lacrime ma senza smettere di puntellarmi contro la porta blindata dell’ingresso. Negli occhi scuri di mio marito si accese una scintilla di ilarità ma non fece in tempo a ridere che nitriti, urla umane, ruggiti e ringhi di rabbia si trasformarono in dolore quando la fiammata del drago diede fuoco al nostro appartamento e a tutto quello di vivente c’era dentro.
“Etichette” mormorai con il sorriso ancora sulle labbra mentre, dietro di noi il nostro appartamento bruciava oltre la porta blindata e sentivo, ancora lontane, le sirene di polizia, pompieri e ambulanze.
“Delle stupide, inutili e brutte etichette.”



