“Mamma ti prego, non mi chiamare Sarah, ne abbiamo già parlato, sono Jackie adesso.”
Ci furono una manciata di secondi di teso silenzio.
“Sui documenti sei ancora Sarah Callaghan.”
“Mamma cosa vuoi?”
“Papà e io siamo preoccupati per te Sarah, sei andata lassù tutta sola…”
“Non sono da solo, ho Jupiter con me.”
“Un cane con tre zampe non può difenderti; se ti attaccasse un orso-”
“O santiddio mamma! Se mi attaccasse un roso rimarrei fermo a pregare che mi sbrani! Così potrei farla finita con questa commedia!”
“Non dirlo neanche per scherzo! Siamo solo preoccupati! Come fai a trattare me e tuo padre così!”
“L’unico vero padre che ho avuto è stato Tayler.”
“Tuo zio è uno sconsiderato! E un delinquente!”
“È una brava persona invece! È buono e affettuoso, l’unico che mi ha sempre accettato per quello che ero!”
“É l’unico che non ha cercato di farti ragionare! Eri una ragazza così bella e hai preso a fare quello schifo di transizione ormonale di nascosto! Ed è stato mio fratello a pagartela! Che ne ha fatto della mia bambina!”
È morta cazzo! La tua bambina è morta, forse sbranata da un orso e ora lasciami in pace!
Invece ricordai gli ammonimenti di Tayler: “Un bravo ragazzo non risponde male alla mamma Jackie.” io gli avevo risposto pieno di bile: “E chi dice che voglio essere un bravo ragazzo?!” Mi ero preso una ramanzina che mi aveva mandato a fuoco le orecchie e avevo imparato la lezione.
Presi un lungo respiro e risposi: “Mamma non mi va di litigare, attacca per favore, devo parlare con il mio capo. Ti prego non richiamare, non possiamo tenere la radio impegnata, ti chiamo io appena scendo dalla montagna ok?”
“Me lo prometti?”
Col cazzo.
“Te lo prometto.”
“Allora... buonanotte.”
“Buonanotte”
Aspettai di sentir sparire il lieve ronzio che facevano le comunicazioni esterne e attesi di sentire la voce del mio capo.
“Callaghan sei ancora li?”
“Sissignore. Mi dispiace per q-quello che... che ha dovuto sentire.”
“Lo avevo letto sui documenti quello di cui... parlava tua madre. Non sono molto rapidi all’anagrafe vero?”
“Mi dispiace”
“E di cosa figliolo?”
Non seppi rispondere, le lacrime mi avevano riempito gli occhi e la gola si era chiusa ma non volevo piangere alla radio! Cazzo sarei morto piuttosto che farmi sentire in lacrime da un ranger!
“Ascolta Callaghan, sono stato io a valutarti e ritenerti idoneo per il compito che ti abbiamo dato, quello che pensa tua madre non è rilevante per me e finché sarai lassù è a me e a me solamente che devi rendere conto, mi hai capito ragazzo?”
“S-sissignore.”
“Bene. Hai acceso la stufa?”
Mi asciugai in silenzio le lacrime e risposi che stavo per farlo.
“Fa freddo lassù la notte.”
“Sissignore, grazie signore.”
“Sei un bravo ragazzo Callaghan, goditi il tuo paradiso e tieni gli occhi aperti.”
“Lo farò, buonanotte signore, passo e chiudo.”
La luce dorata si era spenta, il sole era sceso sotto l’orizzonte e il cielo sarebbe rimasto chiaro ancora per pochi minuti; per prima cosa accesi le lampade, presi l’esca e la legna e le misi una sopra l’altra e quando accesi il fiammifero il cielo si era fatto rosa, viola, verde e azzurro intenso.
Restai ad ammirare a lungo la fiamma nascente aggrapparsi al ciocco di legno, accucciato di fronte alla stufa come un bambino, con il mento sulle ginocchia e le braccia a stringermi le ginocchia. Quando un filo di fumo si alzò aggiunsi un altro ciocco e quando fui sicuro che le fiamme sarebbero sopravvissute chiusi lo sportello di ghisa e alzai la testa.
Stelle.
Avevo già visto le stellate lontano dal bagliore cittadino, ma questa stellata mi sembrò più intensa, più grande e spettacolare.
Tutta quella bellezza, e noi la nascondevamo con le luci e i palazzi.
Il calore della stufa prese ad irradiarsi nella stanza.
Jupiter mi consolò leccandomi la faccia e uggiolando fino a quando non riuscii a rialzarmi barcollando. “Va tutto bene piccolo, sto bene.”
Mi feci una tazza di orzo caldo e mi misi in poltrona.
Che si fottesse mia madre, che si fottesse mio padre, ora ero li e non avevo nessun motivo reale per pensare a loro; avevo il mio paradiso, il mio cane e i miei libri.
Alla luce della lampada lessi a lungo e la quiete, quella totale, tornò.
A mattina il sole mi svegliò senza complimenti.
Mi ero scordato di chiudere gli scuri la sera prima e non erano nemmeno le sei, ma andava bene così, alzarsi presto era una cosa che non avevo mai imparato a fare, stare esposto ai primi raggi del sole mi avrebbe fatto bene, mi avrebbe dato una buona abitudine.
Meccanicamente stappai il dispenser e applicai il testosterone; erano due anni che lo facevo ogni mattina tutte le mattine e i risultati ormai erano evidenti; il testosterone mi aveva reso più forte, più resistente e non solo fisicamente; quello che era successo al sera prima un paio di anni fa mi avrebbe fatto scoppiare in lacrime di rabbia e di umiliazione ma ora non piangevo quais più, in compenso mi arrabbiavo molto più spesso, e mi paiceva. Perfino la voce aveva cominciato a cambiare, mi era stato detto che era l’ultimo stadio, dopo i peli dappertutto e la barba che non mi sarebbe cresciuta davvero per almeno un altro anno finalmente cambiava la voce, ma ero stato fortunato ed ero nato con una voce naturalmente bassa.
La cura me l’aveva pagata Tayler, come mamma aveva tenuto a precisare.
Anche la mastectomia me l’aveva pagata Tayler, quell’uomo aveva speso una fortuna per farmi diventare il ragazzo che volevo essere, se questo non voleva dire essere figlio suo anzi che di quello stronzo di papà che si era sempre rifiutato di... piantala, piantala subito! Non inizierai tutti i giorni pensando a queste stronzate! Che cazzo ci sei venuto a fare fin quassù per portarti dietro la solita merda! Pensa al tuo lavoro, pensa a quello che devi fare e lascia il mondo fuori!
Volevo del caffè, una tazza enorme!
Mi feci la barba col rasoio elettrico, non che si potesse davvero chiamare così quella peluria scura di cui andavo tanto fiero, ma amavo potermi radere. Presi il binocolo e in compagnia della mia tazza di caffè perlustrai il parco dall’altro; ci misi quasi un’ora, ammaliato dal paesaggio, e fu Jupiter a richiamarmi, abbaiando perché aveva fame.
Dovevo fare la ricognizione col binocolo quattro volte al giorno, due la mattina e due il pomeriggio, dovevo fare rapporto la sera e tutto il resto del tempo era solo per me.
Fatta colazione con pane burro e miele e una tazza d’orzo preparai tutto e mi preparai per la prima camminata.
“Jupiter! Andiamo bello!” Non avevo terminato nemmeno la terza rampa a scendere che il mio entusiasta cane era già alla base della torre ad aspettarmi agitando il sedere.
C’erano tre sentieri che partivano dalla torre e si diramavano per il parco, avevo deciso di iniziare con il più corto perché sarebbe stato ben irresponsabile prendere un sentiero lungo e pericoloso il primo giorno di lavoro, magari non mi avrebbe sbranato un orso ma mi sarei potuto stortare una caviglia o scivolare in un orrido.
Era stata una primavera difficile, mamma aveva insistito che tornassi a casa da loro e io ci ero andato; come uno scemo ci ero andato. Tayler mi aveva detto di rifiutare.
“Puoi vivere con me tutto il tempo che vuoi, lo sai questo vero?”
“Sì zio, certo che lo so.”
“Ma andrai lo stesso da tua madre.”
Avevo annuito, Tayler aveva sospirato e si era grattato i capelli ormai grigi guardandosi attorno come faceva sempre quando era a disagio; la cameriera della tavola calda lo aveva frainteso ed era corsa a versagli altro caffè con un sorriso più che cordiale, poco importava che mio zio potesse essere suo padre, era sempre stato un gran bell’uomo e invecchiando aveva solo ottenuto di diventare ancora più affascinante. Io avevo riso dietro la mia tazza di caffè quando la povera ragazza poco più grande di me era stata ignorata e se ne era andata via tutta impettita.
“Jackie lo so che tua madre sa essere molto, molto convincente quando desidera qualcosa, ma non sei obbligato a fare sempre come ti dice.”
“Non mi vede da l’anno scorso, da prima della mastectomia.”
“E perché ti rivorrebbe a casa?”
“Dice che le manco.”
Tayler aveva grugnito e guardato il soffitto mostrandomi il mento ispido di barba e i baffi neri.
“Mi avevi promesso che avresti parlato con tua madre della transizione. Mi hai obbedito o come al solito hai fatto di testa tua?”
“No no, glielo ho detto!”
Non era vero che glielo avevo detto, avevo approfittato del fatto che quei due non si parlavano da otto anni e me ne ero stato ben zitto; dovevano accettarmi per quello che ero e basta, non dovevo dare spiegazioni a nessuno, era mio diritto non farlo.
Appena avevo messo piede in casa di mio padre era scoppiato il pandemonio.
Non mi avevano nemmeno riconosciuto.
Ero convinto che mia madre avesse digerito la mia transessualità, glielo avevo detto a quattordici anni che io non ero una ragazza, lei aveva cambiato argomento e non ne avevamo più parlato, mi aveva mandato a vivere da Tayler e io avevo preso il gesto come un regalo, adoravo zio Tayler e lei lo sapeva; credevo fosse il suo modo per dirmi che per lei andava bene, di darmi i miei spazi e la mia libertà di scelta, solo dopo avevo scoperto che era stato il suo modo di negare quello che si rifiutava di accettare.
Laggiù non c’era più niente per me.
Li in quelle valli avevo tutto.
Twisted Peack mi sorvegliava dall’alto, attorniato da nuvole spumose che si impigliavano nella cima protesa verso il cielo come un artiglio, strappandole e sfilacciandole come volesse far dispetto.
Al corso per avvistatori avevo letto che la forma della montagna era dovuta a un tipo di roccia molto dura e molto rara e dall’erosione di millenni di tempeste e vento incessante, che avevano modellato quel pinnacolo di roccia dandogli la forma attorcigliata che gli aveva dato il suo nome.
Avevo anche letto che era una meta molto ambita dagli scalatori e ranger Allan mi aveva chiesto di fare particolarmente attenzione ai possibili fuochi che avrebbero acceso ai piedi della montagna la notte prima della loro impresa.
“In questa stagione chiudiamo quella zona del parco per via degli incendi, ma certa gente è testarda e refrattaria alle regole, quindi tieni gli occhi aperti.”
Doveva essere uno spasso scalare quella strana roccia striata che saliva verso il cielo come il cappello di una strega, se avessi saputo scalare forse ci avrei provato anche io, invece mi diressi verso le caverne pleistoceniche che stavano solo un paio di miglia a sud della torre; nella guida del parco avevo letto che non erano meno famose della montagna per via dei pittogrammi i cui più antichi andavano dai primi bagliori dell’umanità fino alle tribù native americane che occupavano la valle prima della cacciata da parte dell’uomo bianco.
Non avevo mai visto con i miei occhi dei pittogrammi e non vedevo l’ora!
“Jupiter! Di qui bello!”
Camminai senza perdere il passo, la mia falcata era buona e il fiato non mi mancava di certo.
Dimenticai presto la lite con mamma, solo le parole di ranger Allan rimasero con me: “Goditi il tuo paradiso; sei un bravo ragazzo Callaghan.”
Un bravo ragazzo, non una bella ragazza ma un bravo ragazzo!
Come mi aveva allevato zio Tayler!
Quando arrivai al grappolo di caverne che trivellavano la roccia non faticai a trovare i pittogrammi e a trovarli bellissimi.
Non sapevo cosa stavo guardando, sapevo solo che erano antichi, per la maggior parte, e relativamente recenti altri perché la tribù lakota che viveva in quella valle era stata la stessa da quasi duemila anni; me lo aveva detto il ranger .
Una cosa da non crederci, qualcuno che, generazione dopo generazione, era rimasto nello stesso posto, nella stessa vallata dalla creazione dell’uomo fino appena al diciannovesimo secolo.
Se io fossi dovuto rimanere a vivere nello stesso posto per più di una manciata di anni sarei impazzito, e quella gente invece coltivava una sacralità alla terra, una devozione che era invidiabile e spaventosa. Gente legata alla propria terra, una consacrazione della propria vita che io non riuscivo nemmeno a concepire.
Io ero uno spirito vagabondo e non avevo radici, come Tayler di cui ero il figlio.
Ammirai i pittogrammi che raffiguravano donne che cucinavano, scene di caccia dei più svariati animali, riconobbi degli schemi e anche delle ricette. Ammirato capii che quelle non erano decorazioni, ma istruzioni per chi fosse venuto dopo; come si braccava l’alce, come circondare gli inafferrabili branchi di cervi, come difendersi dai lupi; e poi come coltivare e cucinare con quello che la valle offriva: le bacche, i fiori, le erbe e le radici.
Spettacolare, ecco cos’era, spettacolare!
Fu Jupiter ad attirare la mia attenzione su un particolare. Il mio cane guardava la parete di roccia come ne capisse il significato e quando mi avvicinai vidi che fissava qualcosa una delle pitture.
Una creatura umanoide con quello che sembrava un gran palco di corna sulla testa, molte braccia, ancora più gambe. Non era un’alce e non era un orso, men che meno era umano.
Un dio della foresta, uno spirito.
Non sapendo nulla delle divinità lakota pensai fosse più simile a un demone che non a una divinità benevola e che era una raffigurazione molto antica, antica come la valle, antica come la montagna. Affascinato desiderai conoscere il nome di quello strano spirito, ma pensai che fosse andato perduto; troppo antico perché i lakota se ne ricordassero il nome, con il passare del tempo era stato sostituito con qualcos’altro, magari uno spirito più benevolo, o qualcosa importato dalle altre tribù di passaggio di certo non-
Un altro.
Questo apparteneva a una serie più recente, appena qualche secolo indietro, e notai che era accompagnato da una figura umana; tornai indietro e vidi che anche la raffigurazione antica era accompagnata, un essere umano, forse una donna che lo stava pregando o evocando.
Non sapevo nulla di più di quello che ti viene insegnato a scuola sulle usanze dei nativi americani ma in quello che sapevo c’era che alle donne era precluso la professione di sciamano, era vietato anche che partecipassero alle cerimonie religiose.
Jupiter si mise ad abbaiare e per andare a vedere cosa avesse mi imbattei in un’altra raffigurazione. Questo sembrava recente, di solo qualche decennio prima; i colori erano molto più brillanti e i profili ancora netti.
Rimasi affascinato a guardare e non mi accorsi che Jupiter non stava abbaiando a un uccellino di passaggio o a un odore che lo aveva eccitato, ma al cielo.
Me ne accorsi solo quando uscii dalla caverna e lo trovai col pelo ritto che mi guardava supplicante.
Sopra di noi le nubi rotolavano le una contro le altre ed erano di quel colore che prometteva pioggia, anzi, tempesta.
“Oh cazzo!” esclamai prima di mettermi in marcia di corsa verso la strada della torre.




"Me lo prometti?"
Col cazzo.
😂💜
Ho riso parecchio.
Sono molto curiosa per la divinità [perché sì, ho già iniziato a farmi le mie idee, e ovviamente la prima cosa che ho associato è Mononoke Princess]