Mi sarei pentito di aver distrutto quella lettera, ma non in quel momento.
Erano passate settimane da quel litigio, avevo appena fatto richiesta come volontario perché da mamma e papà era andato tutto storto e avevo bisogno di un posto dove starmene da solo e lui mi aveva nascosto una lettera in un libro?!
Cazzo, potevo non trovarla, come stava per succedere, potevo non finirlo neppure quel cazzo di libro! Me le poteva dire a voce quelle cose invece che scriversi una lettera! Mi poteva scrivere un cazzo di messaggio sul telefono!
Sentivo la faccia in fiamme.
Perché nessuno mi diceva mai le cose in faccia! Perché cazzo ero maledetto da non sapere mai cosa pensavano le persone di me?! Perché dovevo sempre scoprirlo dopo, capirlo con anni di ritardo, che cazzo di modo di comunicare era quello! Cosa avevo fatto io di male per non meritarmi nemmeno di parlare con i miei cari?! Non ero certo così intrattabile, ero testardo e orgoglioso va bene, ma non ero nemmeno una di quelle testacce di cazzo che non ascoltano mai, perché tutti mi trattavano sempre così?
Non sapevo se mi reputavano coraggioso, non sapevo se mi reputavano in gamba, dicevano che da ragazza ero bellissima, e questo è sempre stato tutto quello che avevano da dirmi i miei sulle mie qualità; zio diceva che ero un dannato testone, e questo era tutto quello che ero destinato a sapere su di me; a sì, c’era anche che ero un “sensibile sognatore”, un “esploratore” un “poeta”!
“E perché cazzo non me lo hai mai detto in faccia, razza di vecchio stronzo?!”
Doveva essere una settimana di pace, dove avrei potuto riflettere, dove avrei potuto mettermi alla prova, e invece stava diventando un cazzo di incubo dove la mia mediocre e ottusa famiglia stava riuscendo ad avere ancora più peso; dove divinità carnivore mi divoravano di notte trascinandomi sotto montagne del diavolo e di giorno tutti quelli che avevo amato cercavano di farmi sentire solo, stupito e ingrato.
Perfino da quella distanza riuscivano a rovinarmi la vita.
E zio Tayler non era da meno.
Non ci sarei tornato da mia madre appena sceso dal mio “cammino dell’eroe”, sarei andato dritto ad arruolarmi! O meglio, avrei speso i miei risparmi per attrezzare la jeep e avrei vissuto di vagabondaggio, fra le montagne e nelle piccole cittadine; visto che nessuno mi voleva avrei vissuto di caccia, di pesca e di lavoretti, nessuno avrebbe mai saputo che prima mi chiamavo Sarah e mi sarei liberato per sempre da quel peso odioso, sarei stato l’uomo che sognavo di essere.
E che si fottessero tutti quanti.
Quando Jupiter tornò da me stavo preparando con dita tremanti il pranzo, un panino col burro, due uova in salamoia e una tazza di caffè freddo, alro non risucivo a mandare giù.
Il pomeriggio passò, caldo e triste; il frinire delle cicale arrivava dalla valle e mi tenne compagnia mentre passavo in rassegna la valle col binocolo e leggevo, a fatica, un altro dei miei libri; ma le parole si accavallavano, rincorrendosi sulla pagina come lepri. Il calore crebbe ancora e a sera ero un bagno di sudore; non avevo fame, mi preparai una tazza di acqua bollente e miele; deglutii e fu come ingoiare una spina. La gola mi faceva troppo male per mangiare.
“Callaghan stai male?” chiese Allan quando chiamò da li a poco sentendomi gracchiare.
Cercai di mentirgli, cercai di convincerlo che era solo un po’ di freddo ma non servì a nulla.
“Quanto hai di febbre?”
“Non lo so, non ho un termometro.”
“Hai le medicine?”
“Sì sì, ho portato le aspirine e le sto prendendo da stamattina.”
“Non è una buona cosa ammalarsi stando lassù” disse con voce cupa.
Sentii la delusione colmarmi.
Ora mi avrebbe ordinato di riprendere la jeep finché potevo ancora guidare e tornarmene a casa, che non potevo rimanere li in quelle condizioni e che dovevo- “Non faccio più in tempo a mandare qualcuno alla torre al tuo posto ragazzo e nei prossimi giorni sono previste temperature da record, ho bisogno che tu resis-” “Sissignore, lo so! Non sto molto bene ma ho le medicine e il rifugio è accogliente. Alla fine devo solo riposare, stare al caldo e non è nulla che mi impedisca di continuare a fare le osservazioni, giusto?”
Allan sopirò di sollievo.
“Giusto. Allora riguardati, ci sentiamo domani mattina.”
“Sissignore, può contare su di me.”
Ci fu silenzio prima che rispondesse: “Sì, lo so. Passo e chiudo.”
Un dannato testone che nessuno voleva che però sa quale è il suo dovere.
Dormii male, rimasi in un dormiveglia febbricitante per tutta la notte; tenni accese le lanterne ma in ogni anfratto buio vedevo occhi che mi spiavano e braccia che strisciavano verso di me, se chiudevo gli occhi era solo peggio: continuavo a vederli, e a vederli molto più vicini e vividi.
La mattina ero uno straccio; mi trascinai a fare l’osservazione del mattino e dopo aver mangiato una enorme cucchiaiata di miele mi riaddormentai pregando il signore di non far diventare quel brutto raffreddore qualcosa di peggio.
Quando il mio orologio da polso suonò per la seconda esplorazione ero in quello stato febbricitante di delirio in cui si cade quando il proprio corpo sta letteralmente tentando di ardere via la malattia.
Sa il cielo quanto tempo ci sarebbe voluto, e il diavolo se il mio corpo poteva farcela.
Ultima stazione, da qui non si torna più indietro.
Valutai di arrendermi, chiamare Allan e ammettere che non ce la facevo, di supplicarlo di mandare qualcuno a prendermi e riportarmi a casa.
Le lacrime mi bruciavano gli occhi.
Quando caddero vidi l’incendio.
Un sottile dito di fumo che saliva dalla base di Twisted Peack.
Sollevai il binocolo che portavo al collo e intravidi il guizzo delle fiamme tra i rami dei pini.
Arrancai, barcollando, fino alla radio.
“Qui Callaghan dalla torre est! Mi sentite?!”
“Certo ragazzo, parla.”
Ci misi un secondo per recuperare lucidità.
“Avvistamento principio di incendio! Alla base di Twisted Peack, direzione nord est, sei miglia dalla torre di avvistamento!”
“Mandiamo subito un elicottero, tieni d’occhio l’incendio e mantieni la posizione, c’è vento da nord est ne scatenerà altri, devi essere pronto ad avvistarli.”
Essere pronto?! In quelle condizioni?
“Mi hai sentito Callaghan!”
Mi girava la testa e le ginocchia tremavano.
“S-sì signore, tenere la posizione.”
“Bene, passo e chiudo.”
Non c’era più modo di andare via.
Ultima stazione.
Trascinai la poltrona fuori, sulla striscia di metallo che correva tutta attorno alla cabina e la piazzai nella direzione dell’incendio, quando ebbi finito la camicia era fradicia di sudore.
Non sapevo più cosa provavo, eccitazione, dolore, solitudine e paura si erano mescolati a creare un orrendo mostro che mi teneva febbricitante incollato alla poltrona a fissare l’incendio.
Quindi era questo quello che avevo sempre voluto?
Una grande responsabilità che dimostrasse al mondo che non ero una ragazzina travestita che si era fatta tagliare via le tette e crescere una brutta barba solo per avere dei doveri che da femmina non avrebbe avuto?
É la responsabilità che fa un uomo.
Sì, lo so. Passo e chiudo.
Tremavo, ero scosso dai brividi di freddo e la camicia mi si incollava sulla schiena.
Un uomo non può permettesi di chiedere aiuto, di essere debole, non perché nessuno lo aiuterebbe, non perché gli altri lo deriderebbero; questo era quello che avevo imparato fino a quel momento: se sei nato maschio non chiedi aiuto per non abituarti a farlo, perché se cominci finisci per credere di potertelo permettere e il giorno in cui nessuno potrà aiutarti potresti perdere, e non sarai tu a pagare le conseguenze dalla tua sconfitta, ma chi proteggi.
Io avevo solo Jupiter da proteggere, non avevo nulla e nessuno che contasse su di me, e meno male dato che l’unica cosa che desideravo, l’unica cosa che avevo sempre voluto, era essere libero.
O libero o di appartenenza all’esercito, non c’erano vie di mezzo, non c’erano piani B.
O poeta o soldato.
Ma in quel momento, mentre guardavo l’incendio avvicinarsi e le fiamme lambire la cima dei pini, Twisted Peack prendere fuoco nel bruciare del tramonto che si sprigionava dietro di lui, stormi di uccelli fuggire e abbandonare le loro case mi rendevo conto che nessuna delle due strade era percorribile. Non ero abbastanza forte per la libertà, non ero abbastanza affidabile per l’esercito.
Cosa cazzo ero?
Di sicuro non quello che avrei voluto essere.
Non quello che avrei dovuto essere.
Abbassai il binocolo e rimasi a guardare l’incendio tremando, di febbre e di rabbia.
Avevo appena avuto la risposta che ero venuto a cercare.
No.
Non ero abbastanza.
Non ero abbastanza per quell’incarico.
Non ero abbastanza per l’esercito.
Non ero abbastanza per una vita da vagabondo.
Tremavo di fronte alla vastità della valle e alla verità che ero venuto a cercare.
Restava solo tornarmene nella casa in cui ero nato, perché dopo la cazzata da stronzo egocentrico che avevo combinato Tayler non mi voleva più; ammettere che avevo fatto un’idiozia, chiedere a un dottore se potevo interrompere la transizione. Non sarei mai tornata la bella Sarah, ma evidentemente era il castigo del mondo per aver voluto essere qualcosa che non ero, qualcosa di più forte, di indipendente, di libero.
Non potevo essere libero, le creature deboli non possono esserlo; vanno chiuse in una gabbia dove niente può fare loro del male.
Ultima stazione, da qui non si torna più indietro.
Perso nei deliri della febbre persi il senso del tempo, l’elicottero non arrivava, l’incendio non veniva spento e si avvicinava, sospinto dal vento, sempre di più.
Ora le fiamme avrebbero lambito la cabina sospesa fatta solo di legno e di vetro; i vetri sarebbero esplosi per il calore, il legno bruciato, avrebbe divorato la mia jeep, sarei morto bruciato! Io e Jupiter! Ebbi paura, una paura tremenda più divorante dell’incendio!
Dovevamo andarcene fin che eravamo in tempo, dovevamo- alzandomi di scatto barcollaii e caddi a terra; Jupiter si mise ad abbaiare preoccupato, cozzai la testa e il mondo si riempì di echi, riverberi e piccole stelle colorate.
Il dolore mi impose un istante di lucidità: la torre di avvistamento era costruita apposta sulle schegge di selce per scongiurare che gli incendi arrivassero fino a lei e ai suoi occupanti; eravamo al sicuro!
Non dovevamo scappare! Scappare ci avrebbe esposto all’incendio, quello era il posto più sicu-cos’era quello?
Sotto di me, proprio al di sotto della cabina, c’era un albero.
Ora, sdraiato sul pavimento di graticcio, potevo vederlo.
Un pino nero, adagiato su un fianco come un gigante che fosse strisciato sotto la torre per il terrore del fuoco; vedevo le radici grondanti terra esposte all’aria, i rami rotti...
L’orrore mi invase le budella quando scorsi, fra i rami, il lucido brillio delle fiamme.
Stavamo bruciando.
Strisciai verso il mio cane. “JUPITER!” chiamai.
Tutto girava e non mi reggevo in piedi.
Il mio povero cucciolo si agitava guaendo senza saper cosa fare per aiutarmi; mi prese per il colletto della camicia e prese a tirarmi verso l’interno della cabina; fece una gran fatica ma ce la fece e quando raggiunsi l’ingresso riuscii ad aggrapparmi alla maniglia della porta e a ritirarmi in piedi.
Barcollai verso lo zaino e presi a mettere dentro le mie cose al più presto, qualche vestito, qualche scorta, il cibo di Jupiter, il sacco a pelo; tutto alla rinfusa.
La radio! Dovevo chiamare Allan!
“Qui Callaghan! Allan mi sente?!” fruscii che durarono un’eternità, poi la voce: “Che succede ragazzo?”
Dio del cielo grazie!
“Signore l’incendio è arrivato fin sotto la torre! Noi ce ne dobbiamo andare!”
“Cosa? Ma non è possibile, c’è la selce e-” “LO SO ANCHE IO CHE NON È POSSIBILE, MA È SUCCESSO VA BENE?!” presi a tossire, se quell’uomo mi avesse fatto perdere ancora tempo sarei morto bruciato.
Allan non era più l’uomo che avrei voluto essere, era diventato un ostacolo, qualcuno che stava mettendo responsabilità che erano sue e di cui si sarebbe preso tutti i meriti sulle spalle mie, qualcuno che era disposto a rischiare la mia vita pur di fare il proprio dovere.
“Callaghan ho bisogno che tu-”
“VAFFANCULO STRONZO!”
Che se ne andasse a fanculo lui, che se ne andasse a fanculo Twisted peack, il dio cervo e il mondo intero!
Jupiter abbaiava forsennatamente, il fumo, c’era fumo nero e denso attorno a noi; corsi verso l’uscita e poi verso le scale; cominciai a scendere di tutta fretta, barcollando. Il fumo nero che si alzava dal pino sotto di noi vorticava nell’aria e mi faceva lacrimare gli occhi, l’odore acre mi riempiva la gola e mi faceva tossire; qualcosa sopra di noi esplose con uno schianto.
Seppi per certo che era il barattolo di uova in salamoia di Tayler.
Il calore delle fiamme lo aveva raggiunto.
Il Sergente aveva abbandonato la sua guardia.
Raggiunsi la base della torre e riuscii ad allontanarmi dall’incendio quel tanto che bastava per riprendere respiro.
D’ove cazzo era finita la mia jeep?!
Una cosa scura stava a pochi passi da me, ci misi un’eternità per capire che era una ruota.
La mia jeep era un’alcova di rottami e vetri, schiacciata sotto il tronco del pino che ora bruciava; la tempesta doveva averlo indebolito ed era caduto durante la notte io, perso nei deliri della febbre, non lo avevo sentito. L’incendio continuava a divorare la foresta, vicino, troppo vicino.
Non si ha idea di cosa sai un incendio guardandolo dagli schermi dei cellulari e alla tv; mi trovavo davanti una bestia vivente che ruggiva e si agitava, innalzandosi verso il cielo senza pietà per me e la mia paura.
Mi misi a correre incespicando, grondando sudore e paura presi a correre nella direzione opposta della belva di fuoco senza sapere dove andare.
Fuggii.
Solo quando fui abbastanza lontano e i polmoni smisero di reggere mi fermai, e piansi. Non capivo per cosa stessi piangendo anche se di ragioni per farlo ne avevo fin troppe; solo dopo capii che stavo piangendo per il barattolo di uova in salamoia.
Come un idiota stavo piangendo per la perdita di un barattolo di vetro come per la morte di una persona che avevo abbandonato al pericolo.
“M-mi dispiace, mi dispiace...” singhiozzavo.
Un bramito; vicino, troppo vicino, asciugò all’istante le mie lacrime.
Era lui; era lui ed era vicino!
Mi stava inseguendo.
Jupiter prese a ringhiare, il pelo ritto sulla schiena e i denti scoperti.
Ma non era il dio cervo, il diavolo di Twisted peack.
Nella penombra del sottobosco c’era quello che sembrava un ragazzo.
Nascosto dalle ombre era pallido e mezzo nudo.
Non era una visione meno assurda del dio cervo.
Non potevano esserci ragazzi pallidi e seminudi nella foresta durante un incendio, cercando di capire guardai meglio e vidi che la schiena nuda gli sanguinava copiosamente, lacera e contusa e quando si voltò a guardarmi riconobbi qualcuno che conoscevo.
Il mozzo della Rode Sirene mi sorrise con l’espressione derisoria e feroce che tanto faceva infuriare gli altri marinai. Io non mi arrabbiai, sentì le ossa gelarsi nel corpo per la paura.
La sua schiena era lacera e tumefatta e nei suoi occhi neri brillava una fiamma infernale, occhiaie profonde gli solcavano il viso rigato di lacrime.
“Vorresti essere me, ragazzina?” gracchiò, la voce ancora rotta per le grida di dolore che la frusta gli aveva strappato come aveva fatto con strisce di pelle che, in una persona vivente, esistente, sarebbero guarite e divenute cicatrici; ma non sulla schiena martoriata di Orace.
“NO!” cercai di urlare, lui si mise a ridere; quella faccia grigia e distorta era esattamente ciò che immaginavo essere la faccia del protagonista del mio libro sui vascelli olandesi; tutto in lui faceva pensare ad una persona vivente se non fosse stato per quel colore grigiastro e la fiamma infernale che ardeva nei suoi occhi neri.
Era la faccia che avrei voluto avere io se fossi nata maschio.
Lui rispose mostrando una frusta nella mano destra.
Inorridito scappai.
Cominciai a correre senza voltarmi indietro, ma il mozzo della Rode Sirene mi gridava dietro: “TU NON SEI TROPPO PICCOLO PER QUESTO VERO?! FERMATI ALLORA! Fermati e lascia che ti insegni a portare rispetto come lo hanno insegnato a me! FERMATI! E GUADAGNATELO!”
La frusta schioccò ad un passo dalla mia schiena.
“Vuoi dimostrare di essere un uomo? Lo sai che questo è il modo vero?! Piegati di tua volontà!”
Quello spettro o visione o incubo che fosse rideva di me mentre faceva schioccare la frusta alle mie spalle ma non riuscì a colpirmi, ne mi seguì.
Non distinguevo più lo schiocco agghiacciante dal crepitare dell’incendio, i rami che si schiantavano al suolo, gli alberi che cadevano.
Jupiter correva davanti, indicandomi la strada da seguire, il mio bravo, fedele cane, ma correva con la coda fra le gambe e le orecchie basse lanciandosi occhiate angosciate tutto intorno.
Lo seguii con fiducia, quando finalmente si sedette stramazzai al suolo in mezzo a una macchia di felci e lui venne a leccarmi la faccia uggiolando.
“Siamo al sicuro piccolo? Lo siamo?” gli chiesi ansimando, lui mi guardava coi grandi occhi castani pieni di ansia, ma scodinzolò, così potei finalmente chiudere gli occhi e riposare sapendo che il mio cane avrebbe vegliato su di me e mi avrebbe tenuto al sicuro, proteggendomi.
Solo il mio corpo si fermò, la mia mente invece no, affatto.
Caddi in una specie di torpore indotto dalla febbre ma potevo annusare l’odore dell’incendio, l’acredine del fumo che si alzava verso il cielo sopra me e Jupiter in grandi volute.
Potevo vederle salire nel cielo quando da quelle volute si erse una testa cornuta e molte braccia e ancora più gambe uscirono per afferrarmi.
Come una corte gli uomini e le donne che erano stati assorbiti dalla roccia demoniaca di Twisted Peack seguivano il loro padrone ciechi e sordi; un brancolare di corpi nudi e sanguinati; potevo vedere il bianco delle ossa attraverso la pelle lacerata dalle cadute, teschi in frantumi, occhi sgusciati fuori delle orbite, lingue mozzate dai denti, spalle scardinate, arti mancanti.
Non erano vivi, erano prigionieri.
Il dio cervo veniva trasportato dai corpi come da un trono, veniva verso di me che non potevo scappare, inchiodato al suolo non potevo scappare, lo sentivo e lo vedevo ma non potevo fuggire o difendermi e con terrore scoprii che il mostro sapeva parlare e aveva la voce della roccia che stride e del legno che brucia mentre si alzava dalle schiene lacere dei suoi sudditi sopra di me.
Gracchiò allungando le mani, le sue numerose mani, in una lingua incomprensibile, primitiva e gutturale.



