“I... io non ho tentato di scalare Twisted Peack!” mi difesi, ma sapevo che non era di quello che parlava, non era li per quello, non era per quello che mi aveva inseguito fino a li; mi aveva inseguito perché non ero meritevole di stare sulle sue terre.
Come non lo erano tutti gli uomini e le donne che formavano la nera roccia che scalava il cielo offendendo gli dei.
Era lì per punirmi.
Mentre una delle sue mani mi afferrava per una spalla e mi girava nell’erba le altre mi afferravano e mi strappavano di dosso i vestiti.
Mi dibattei, urlai mentre la camicia si strappava, i bottoni metallici della salopette saltavano via, gli scarponcini mi vennero scalzati dai piedi e quando le dita fredde e rapaci arrivarono a toccarmi la pelle sentii che mi avrebbe tolto pure quella.
L’istinto mi disse di correre con le dita alla coscia, vi trovai il bowie.
Mi rigirai nell’erba strattonando e gridando, mandai un grande fendente disperato.
Uno schizzo di sangue bollente mi colpì in faccia e mi svegliò di soprassalto; Jupiter abbaiava furiosamente dove un secondo prima c’era la cosa che avevo accoltellato.
Ora più nulla.
Mi tastai frenetico e scoprii di essere ancora tutto vestito, anche se sentivo la violazione delle mani del dio della montagna sotto, come marchi roventi sulla pelle.
L’erba era intatta, solo le mie tracce erano presenti nell’erba ma l’incendio, l’incendio era ad un passo da noi, ci aveva raggiunto.
Mi ero svegliato appena in tempo dal morire bruciato; tossendo e gemendo mi alzai, tentai di prendere lo zaino per seguire Jupiter che smaniava per portarmi lontano, ma guardandomi introno mi resi conto che non potevamo più fuggire. Mentre dormivo, o deliravo o venivo braccato e divorato ora non lo sapevo più, l’incendio ci aveva circondati.
Mi dovevo arrendere, non avevo altra scelta; l’unica speranza di una morte un po’ più pietosa era che il fumo mi raggiungesse prima del fuoco.
Ma non per Jupiter, non il mio cucciolo.
Lo abbracciai che abbaiava disperatamente, si agitava e tremava ma io lo tenni stretto a me fino a che non smise di abbaiare e prese solo ad uggiolare.
“Jupiter va, tu ce la puoi fare, scappa” lo lascia andare e gli diedi una spinta verso il sentiero; lui era molto più veloce di me, più piccolo e più agile.
“VAI! JUPITER VAI! SCAPPA!” non si mosse, rimase a guardarmi supplicante.
“NON C’È PIÙ TEMPO STUPIDO CANE! VATTENE! NON TI VOGLIO QUI! VATTENE!”
Presi una pietra, gliela tirai, non lo colpii ovviamente ma il suo sguardo cambiò.
“UBBIDISCIMI!” gridai, e solo a quel punto Jupiter mi girò le spalle e corse via.
Dopo poco il fuoco mi raggiunse; non ero stato certo eroico ma almeno avevo messo in salvo il mio cane, il mio buon cane con solo tre zampe che mi avrebbe portato in salvo se non fosse stato per la febbre, l’influenza, la paura che non potevano fare altro che portarmi alla morte.
Tremando, con le ossa peste e la testa che girava mi sedetti a guardare le fiamme che si alzavano dagli alberi, guizzando fra i rami e fra i tronchi.
“Eccomi, eccomi qui; vieni a mangiarmi, come volevi.”
Chiusi gli occhi e mi misi ad aspirare avidamente il fumo; venni scosso dai tremiti e la tosse mi fece rantolare e piegarmi su me stesso per gli spasmi, quando sentii i rami rompersi di fronte a me percepii una presenza e capii che era lui.
Mi strinsi i vestiti addosso e attesi.
Una mano mi prese per un braccio e cominciò a tirarmi, poi un altro e in un secondo ero in piedi e venivo spinto e strattonato; un altro attacco di tosse mi fece esplodere i polmoni, quasi vomitai un secondo prima di venir sollevato da terra. Tenevo testardamente gli occhi serrati e così non vidi il fumo che si dissipava e l’incendio allontanarsi, ma non era il fuoco ad allontanarsi da me, ero io che stavo venendo portato via.
Solo quando aprii gli occhi capii di essere sopra una spalla, una spalla umana.
“Chi?” cercai di chiedere, ma la tosse riprese a farmi bruciare i polmoni; intravidi una coda castana che scodinzolava. “Jupiter?” rantolai, il mio cane uggiolò di felicità; io e chiunque mi portasse in braccio scendemmo nell’intreccio del sottobosco fino ad una strada sterrata; sentii il rumore di un portellone che si apriva e venni scaricato sui sedili posteriori e coperto; subito sentii il fianco di Jupiter premermi contro lo stomaco mentre si accoccolava appiccicandosi a me, qualcuno prese il posto di guida e il motore si accese.
Cullato dallo scoppiettare del brecciolino sotto le ruote e dall’ondeggiare del pik-up che ci trasportava mi raggomitolai sotto la coperta calda e mi addormentai, questa volta senza la presenza maligna del dio cervo sopra di me.
Per la prima volta in tre giorni dormi davvero.
Di un sonno profondo e pieno.
Mi svegliò sentir cantare.
Era una lingua che non avevo mai sentito e la canzone era dolce ma la voce era maschile; era una bella voce, una voce dolce come la canzone che intonava.
Una mano fresca e soffice mi premette sulla fronte.
“Hai fame ragazzo?” mi chiese.
“N... no” dissi con fatica e sentii il petto irrigidirsi in uno di quelle orribili morse che ormai conoscevo bene ma c’era un asciugamano caldo sul mio petto e qualcosa di balsamico mi venne strofinato sulla gola e l’istinto di tossire si affievolii e poi sparì.
“Bevi questo” Obbedii, l’infuso caldo che mi portò alle labbra sapeva di resina di pino e di miele.
“Grazie” riuscii a gracidare.
“Non c’è di ché” Di nuovo quella mano dolce e consolatoria dal tocco affettuoso. Aprii gli occhi e una donna era china su di me.
Aveva i capelli neri raccolti in due grandi trecce che le ricadevano sulle spalle, gli zigomi erano alti ed affilati e gli occhi scuri, la pelle era bruna e i lineamenti quelli dei nativi ma erano troppo duri per essere davvero quelli di una signora.
Lei, o lui, sorrise.
“Jeckie Callaghan, giusto?”
“S... sì. Tu chi... chi sei?”
“Magena.
Mi manda Allan, il capo ranger del parco. Questa è casa mia, vivo a ventidue miglia dalla torre di avvistamento, sono l’unica abitante della valle di Twisted Peack.”
“Come hai fatto a-”
“Allan mi ha chiesto di andare ad aiutarti, diceva che dovevi esserti preso un gran brutto raffreddore, che eri piccolo, solo ed al tuo primo incarico. Non ha dovuto aggiungere altro.
Ho cercato nella torre ma non sembrava esserci nessuno così mi sono messa a cercare nella foresta.”
“Tu sei... sei un uomo?” la sua espressione materna non si indurì, non si arrabbiò, non si offese, ma io presi comunque a giustificarmi, a scusarmi con insistenza nonostante ogni parole fosse dolorosa. “Perdonami! Perdonami tu sei stata tanto buona con me io non dovrei... non volevo dire...”
“Lo so cosa volevi dire tesoro, calmati; sì sono un transessuale, anche se sarebbe più adatto travestito per molti motivi; uno dei quelli che non ho mai avuto i soldi per una transizione, cosa che tu sei riuscito ad avere vedo. Buon per te.” Mi mise una mano sul petto e mi tolse l’asciugamento per cambiarlo con uno ancora più caldo, sotto erano ancora ben visibili le cicatrici della mia mastectomia.
“Dov’è il mio cane Magena?” Sentì qualcosa muoversi fra le gambe e mi accorsi che era Jupiter che mi dormiva sulle ginocchia. Lei lo accarezzò.
“Ti stavo cercando per boschi quando ho visto il fumo dell’incendio, l’ho sentito abbaiare ed è arrivato da me come un uragano; l’ho seguito e mi ha portato da te. È un gran bravo cane. Non ce l’avresti fatta senza di lui”
“Sono molte le cose che può fare un cane con sole tre zampe” mormorai, commosso.
Ecco chi era venuto a bussare sulla torre; Magena non mi aveva visto perché ero nascosto sotto le coperte, non aveva visto Jupiter perché era troppo vicino alla porta e se ne era andata; non era venuto da me il dio della montagna, non ero stato davvero in pericolo di vita, se non per il fuoco, non ero stato spogliato e quasi divorato, non- “So che sai del dio cervo, Jackie. E so che lui ti ha quasi preso.”
Rimasi senza parole, così fu lei a parlare: “Hai corso un gravissimo pericolo, molto maggiore di quello dell’incendio che ha scatenato per stanarti dalla torre per poterti inseguire.”
“È stato lui?!”
Lei annuì e mi fece un’altra carezza, mi perdetti nel fresco della sua mano rassicurante mentre parlava. “Allan mi ha detto che sei stato alle pitture rupestri e che ha visto le raffigurazioni che la mai gente ha fatto di lui.”
“Tu sei una lakota?”
“Sì, l’ultima lakota di Twisted Peack. Noi la chiamavamo “il corno della sfida al cielo”, a indicare che non è da scalare se non si sa esattamente cosa si sta facendo, che appartiene già a qualcuno e che scalarlo vorrebbe dire destare la sua attenzione e portare la sciagura su di se, ma lo stato le ha dato un altro nome e tanti saluti ai nostri antichi avvertimenti.”
“Twisted Peack appartiene al diavolo?”
Magena sorrise e mi aiutò a mettermi seduto per farmi bere altro infuso.
“Perché voi bianchi infilate il diavolo ovunque ci sia qualcosa che non conoscete o non capite? No, il dio cervo non è il diavolo; è il dio di ciò che è diverso e unico e che per questo sorge fra gli altri, come il picco che sorge dalla terra. Non è malvagio per natura, lui è neutrale, ma è, come tutti gli dei naturali, estremamente severo e sa essere molto feroce, non perdona chi non si dimostra degno.”
Mi raggelai, il cuore mi si fece di pietra e chinai il capo. L’orgoglio mi diceva di non farmi vedere così da una sconosciuta ma non ero capace di nascondere il dolore.
Chi non si mostra degno.
Ero al sicuro adesso, ero in salvo; in salvo dall’incendio che ora divorava la torre di avvistamento, in salvo dal dio cervo, ma non ero in salvo da quello che ero venuto a cercare e che si era rivelata la mia paura più grande.
Non mi ero mostrato degno.
Magena rimase in silenzio a guardarmi, a lungo e senza emettere un suono o fare un gesto. Io cercai di alzarmi per nascondere l’imbarazzo con la scusa di andare in bagno e a quel punto la sua mano mi prese una spalla e mi rimise seduto.
“Dove credi di andare, piccolino? A piangere in bagno?”
Il suo tono era compassionevole ma io alzai gli occhi su di lei di scatto, le lacrime si fecero di fuoco per l’offesa, sentivo la faccia in fiamme e le ginocchia tremare, le membra mi si erano fatte di giacchio. Conoscevo bene quella rabbia, era l’umiliazione che si trasformava in furia cieca.
“VAFFANCULO!” sibilai.
Lei cambiò espressione, divenendo di pietra.
Lo schiaffo che mi presi in piena faccia fu molto più forte e doloroso di quelli di Tayler, che li sapeva dare e me li aveva sempre rifilati senza esitazione.
Provai a replicare “SEI UNA STRON-” ma mi beccai un secondo schiaffo, veloce come lo scatto di un serpente e doloroso come un morso. Battei le palpebre, confuso. Avevo cercato di schivarlo ma Magena era troppo veloce per me e la sua mano materna mi aveva lasciato un secondo marchio di vergogna sulla guancia sinistra.
La guardai furioso, le lacrime avevano preso a scorrere incontrollabili; stavo per sputarle addosso un altro insulto peggiore degli altri ma lei lo intuì e alzò la mano sopra di me.
Di istinto mi raggomitolai su me stesso nascondendomi da altri ceffoni punitivi.
Pensavo avrei sentito Jupiter ringhiare e per quanto in quel momento odiassi quella donna travestita non volevo che Jupiter la mordesse e allungai una mano per afferrargli il collare e impedirgli di difendermi.
“D... darò l’ordine al cane di attaccarti se mi picchi ancora!” la minacciai; ma Jupiter non stava ringhiando, stava seduto tranquillo accanto a me e non aveva nessuna intenzione di mordere Magena.
Entrambi mi guardavano con tutta la pazienza del mondo, pazienza e comprensione.
“Era a questo che mi riferivo. Non ti sei mostrato degno di quello che vuoi essere, ma non nel modo che credi tu.”
Magena si alzò e Jupiter la seguì scodinzolando.
Mi sentii tradito e messo da parte ma non dissi niente.
“Quelli come me e te noi li chiamiamo “due anime”; hai mai sentito questo termine?”
Non risposi, ero troppo concentrato a venire a patti col bruciore di quei due schiaffi e a ingoiare le lacrime così lei proseguì: “La transessualità esiste da sempre, alcuni popoli l’hanno aspramente condannata ma altri l’hanno accettata molto prima che la chiesa dei cristiani, quella degli ebrei e dei musulmani la marchiasse come peccato. So che hai visto i pittogrammi, hai notato anche lo sciamano che accompagnava il dio cervo?”
Feci cenno di sì, senza guardarla.
Lei annuì “Bene, cosa hai notato?”
Dopo qualche secondo riuscii a rispondere, seppur controvoglia: “Che si trattava di una donna, ma nelle tribù native non è concesso alle donne di divenire sciamani.”
“Era una due anime. In molti e in molte due anime nei secoli sono venuti in questa valle per onorare, pregare e passare la prova del dio cervo. Anche io ho fatto la prova, ai mie tempi, da ragazza, quando ho capito che essere un ragazzo mi dava molto più disagio di quanto fosse normale in un adolescente e che quel disagio aveva un nome. Ma tu sai già bene di cosa sto parlando, giusto?”
La sua voce era ancora dura e la cosa mi infastidì.
“Cosa vuol dire quello che hai detto?
Che non mi sono dimostrato degno ma non nel modo che credo io?” borbottai.
Lei mi guardò a lungo, soppesandomi, cercando di capire se il mio brutto carattere orgoglioso fosse stato ammansito o se avrei continuato a insultarla o a fare di peggio.
All’inizio sostenni il suo sguardo, poi la vergogna per quello che le avevo detto e la consapevolezza di essermeli meritati quei due ceffoni prese ad attanagliarmi il cuore e infine cedetti, abbassai lo sguardo e mormorai: “S... scusa.”
Lei mi perdonò facendomi da mangiare e promettendomi che me ne avrebbe parlato presto. Mangiai di gusto una saporitissima zuppa di patate che mi scaldò il petto.
Mi rimise a letto e mi rimboccò le coperte, mi spalmò altro unguento, mi fece bere altro infuso e mi fece riaddormentare; dormii con la sua canzone dolce nelle orecchie, cullato come un bambino, sentendomi al sicuro.
Quando mi svegliai la febbre era scomparsa e la gola bruciava molto meno.
Dopo averi fatto fare colazione con avena ammorbidita nel latte e miele mi chiese se mi sentivo abbastanza in forze da fare una cosa con lei.
Le risposi di sì così mi fece prendere un’aspirina, mi vestì con cura come fossi un figlio e mi allungò la mano. “Vieni con me ragazzo mio.” presi la mano senza esitazione e mi portò fuori di casa con Jupiter che ci seguiva.



